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Il mio tragico post-parto

Facciamo un gioco: se vi dico la parola “post-parto” a cosa pensate? O meglio, provate a chiudere gli occhi, che cosa vedete?
Non vedete anche voi una mamma innamorata che abbraccia suo figlio, entrambi avvolti tra le forti braccia del neo papà? Anch’io facevo questa associazione prima di averne avuto uno tutto mio; ma partiamo dal principio.

Ho dovuto affrontare un parto cesareo perché mia figlia non sarebbe sopravvissuta ad uno naturale ma, nonostante la mia delusione di non poter far nascere Vittoria “direttamente”, era la cosa giusta da fare, l’unica via sicura per lei, per noi.
Arrivò dunque il 5 Aprile 2016 e dopo cinquanta minuti di operazione, ovviamente da sola, finalmente Vittoria venne alla luce; 1,8kg per 41cm di amore.
Me la fecero vederle per tre secondi, tre brevissimi secondi in cui però riuscii a studiarmi tutto il suo viso perfetto, il più piccolo che io abbia mai visto nella mia vita, per poi essere portata in incubatrice, come d’altronde ero stata precedentemente avvisata.

I tre giorni di ricovero tutto sommato passarono veloci, stavo bene fisicamente ma vedere Vittoria in incubatrice, con un sondino che usciva dalla bocca per poterle dare da mangiare, il suo corpino ricoperto d’infiniti fili verdi collegati a delle macchine mi aveva distrutto emotivamente, oltre che a farmi sentire un vero fallimento.
Il punto critico però arrivò quando dovetti salire sulla macchina per tornare a casa, situata ad esattamente 45km dall’ospedale: lasciare la mia ragione di vita da sola, con persone di cui nemmeno conoscevo i nomi, mi fece sentire a pezzi; ogni metro che la macchina faceva, un pezzo di me lentamente moriva.
Arrivata a casa non dormii la notte pensando a come Vittoria potesse trascorrere la notte in un ospedale buio, tutta sola, senza avere accanto qualcuno che la amasse davvero.

Arrivò la mattina dopo, mi svegliai alle 7:00 per tirare fuori il latte, per poi metterlo nella borsa frigo color militare e prendere un pullman per un’ora di viaggio, effettuare un cambio e prenderne un altro per coprire la mezz’ora che c’era dalla stazione all’ospedale; il tutto dopo un’operazione e venti punti che stando seduta mi tiravano perché sentivo proprio che la ferita era propensa a riaprirsi.
I pomeriggi passavano sempre cosi veloci, non facevo in tempo a mettermi a mio agio con l’ambiente, con mia figlia, che potevo tenere massimo 10 minuti a giorno, che già dovevo prendere ed andarmene via, con la mia borsa frigo questa volta vuota e rimettermi in viaggio per un’ora e mezza.
Arrivavo a casa che era l’ora di cena, con il cuore pieno d’amore all’interno ma triste in superficie; allontanarsi dalla propria figlia di soli pochi giorni è straziante, un’esperienza che non auguro nemmeno al mio peggior nemico.

Inutile raccontarvi che il latte per lo stress mi andò via via a sparire ma riuscii a darle il biberon con il mio latte, perché ovviamente in ospedale si era abituata cosi e i tentativi di farla attaccare andarono tutti vani, per i primi 3 mesi aiutandomi un po’ con quello artificiale ma tenni duro.
Dopo un mese preciso, il 5 Maggio, finalmente la portai a casa e non c’è stato momento in cui la lasciai nella sua culla da sola, sentivo e sento il bisogno di coprire quel vuoto iniziale che abbiamo avuto, anche se so che non potrò mai recuperare il tempo perso ma posso solo far contare quello presente.

Questo è stato il mio post-parto, spero il vostro sia stato di gran lunga migliore.
Riaprire questa mia ferita mi provoca veramente molto dolore, le emozioni che provai le ricordo molto molto bene ma so che, se solo la mia esperienza può consolare o far star bene qualcuno, ne vale la pena, sempre.

Gaia

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