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Il mio parto: aspettative vs realtà

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Ho sempre pensato che il parto fosse doloroso, ma nel mio immaginario si trattava di un dolore astratto in quanto ancora sconosciuto. Un dolore ricompensato da quello che credevo succedesse subito dopo: sentire il calore della pelle del cucciolo appena nato, il suo profumo, il suo peso, il suo respiro, il battito del suo cuore. Cominciare a conoscersi, a riconoscersi, rimanere lì, insieme, senza badare al mondo là fuori. Per un tempo infinito ci sarebbe stata solo gioia, felicità, emozione. Invece poi, qualcosa dev’essere andato storto. Oppure ho semplicemente fatto i conti con la realtà.

Tutto iniziò una mattina, avevo l’appuntamento dalla ginecologa perché avevo un ritardo e mi sentivo strana. Avevo paura che qualcosa non andasse e non sospettavo minimamente una gravidanza in quanto mi ero sempre detta che no, non avrei avuto la fortuna di rimanere incinta subito, figuriamoci! E cosi, quella mattina appena sveglia, per non arrivare all’ appuntamento impreparata, feci un test di gravidanza. Ed eccola lì, la seconda linea rosa così nitida che non si poteva sbagliare.

Dopo l’entusiasmo iniziale, la gravidanza sembrava però non giungere mai alla fine. Non ho avuto particolari problemi, ero felice, ma, soprattutto verso le ultime settimane, non sopportavo più di essere così ingombrante. Avevo preso quasi 20 chili e non capivo chi mi diceva che una volta partorito mi sarebbe mancata la pancia. Cosa, infatti, mai accaduta. Comunque sia non vedevo l’ora di partorire. Non avevo la minima paura, partecipai ad un corso preparto più per curiosità che per altro. Mi emozionavo a vedere nascere bambini nei film, mi commuovevo a sentire i racconti di chi ci era appena passata e desideravo che la data del termine arrivasse il prima possibile.

In realtà non ho mai pensato a come sarebbe stato, sapevo che doveva succedere e non mi sono mai posta tanti problemi.  E alla fine la data del termine arrivò, ma niente. Era il 10 febbraio e nulla si muoveva. Cominciai a camminare per ore, mi misi a fare le scale su e giù mille volte per cercare di smuovere le acque, ma niente. Tutto fermo. Così passarono cinque giorni dopodichè dovettero indurmi il parto.

Appena arrivata in ospedale ero abbastanza tranquilla ed ancora molto ottimista. Indurre il parto mi suonava un po’ strano soprattutto perché non avrei mai immaginato di doverlo fare, ma ormai ero lì, sembrava non ci fossero alternative, così  mi misi tranquilla ad aspettare. Mi dissero che non sapevano quando sarebbero iniziate le contrazioni, sarebbe potuto succedere subito come tra 12 ore. “Perfetto, – pensai – mai più ci vorranno 12 ore!”.  E fu poco più tardi che il mio ottimismo, dopo aver visto insieme a mio marito due film e non avendo ancora sentito la minima contrazione, cominciò a vacillare. Passò qualche ora prima che cominciassero, ma non entravo in travaglio: ci vollero 28 ore. 28 ore di contrazioni dolorose e regolari che non erano però “quelle giuste”. E quando finalmente il travaglio cominciò, ero già sfinita. Sfinita ma determinata. Dovevo farcela! Passava il tempo, continuavo a chiedere a che punto fossi. Ricordo che mio padre scrisse un messaggio a mio marito chiedendo il perché non potevano farmi un cesareo. Solo a sentire una cosa del genere mi infastidii moltissimo, non avevo mai pensato a quell’ ipotesi e non la ritenevo neanche lontanamente plausibile. Dovevo farcela, dovevo avere un parto naturale. Dentro di me non esistevano alternative.

Nonostante mi sentissi esausta sapevo che ce l’avrei fatta, dopotutto succede a tutte, no? Ed infine, quando pensavo di esserci, quando avevo in me tutta la forza possibile per riuscirci, quando cominciarono a balzarmi in testa pensieri tipo “non ho alternative, o nasce o muoio”, ecco che l’ostetrica mi disse che non potevo più andare avanti così. La mia bambina sarebbe nata con un taglio cesareo. Non potevo crederci, non ho avuto nemmeno il tempo per crederci, tutta l’aspettativa che avevo, tutto l’impegno che ci avevo messo, tutto quanto è svanito in alcuni micro secondi, quando mi portarono via diretta in sala operatoria. E di quel momento in cui ho dovuto lasciare la mano di mio marito, totalmente impreparata, totalmente spaventata, totalmente affranta, ho ricordi vaghi e sconfusionati. Ricordo la sensazione di pace misto paura dopo l’anestesia, il silenzio, il ravanare nella mia pancia, io che non sapevo ancora se fosse maschio o femmina e che ad un certo punto chiedo: “Cos’è?”, la risposta confusa dei dottori: “Un attimo, ancora non lo sappiamo, ecco, è femmina!”. Sentii due lacrime scendere dagli occhi. Non la vedevo, ma lo sapevo. La intravidi qualche secondo, vicino al mio viso, prima che la portassero via.

Quando mi svegliai ero in camera e lei era lì nella sua culla che dormiva. Era andato tutto bene. Era nata. Nonostante questo, ricordo la sensazione di disperazione, non riuscivo a vederla perché non riuscivo a muovermi. Chiesi a mio marito di farle una foto così che la potessi guardare. Piangevo mentre guardavo lo schermo del cellulare che mostrava una bambina, la mia bambina. Perché non l’avevo ancora tenuta tra le braccia, perché non avevo ancora visto i suoi occhi, perché non era andata come mi aspettavo. Perché non ci eravamo ancora conosciute.

Sono passati due anni, ma ancora quando sento parlare di parti cesarei alcune lacrime mi bagnano gli occhi. Il mio parto non è stato come avrei immaginato, ma alla fine è andato tutto bene. Nonostante questo mi ha sconvolto. So perfettamente che andava fatto così, sicuramente ha salvato me e la mia bambina, ma mi ha procurato una ferita che fa fatica a rimarginarsi. Dicono che le sofferenze del parto si finisca per dimenticarle ed io sono qui ad aspettare impazientemente che arrivi quel momento. Nel frattempo però ne porto ancora i segni nel corpo e soprattutto nell’anima.

Carlotta

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