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Il parto di Sara

In quei bellissimi, trepidanti e misteriosi 9 mesi in cui ho atteso Cosimo con impazienza e gioia, una domanda su tutte prendeva il sopravvento: come sarà il mio parto? A che ora del giorno o della notte inizieranno le contrazioni, quelle vere e tanto, tanto dolorose di cui in molte mi hanno parlato? Tutto accadrà in fretta oppure no? E così via, fino ad arrivare alle domande più tragiche e più tremende, perché diciamocelo: è normale farsi infinite paranoie su questo momento stupendo, sfiancante sia fisicamente che mentalmente; se però ci mettiamo il “carico da 90” e cioè i miliardi di racconti di mamme o parenti sul loro parto (da quello idilliaco, in cui sono bastate due spinte, a quello infernale con 20 ore di travaglio), va da sé che finiamo per spaventarci più di quanto dovremmo.

Per quanto mi riguarda, col senno di poi, posso dire che la mia storia è tra quelle “fortunate”. Mi spiego meglio. Essendomi preparata al peggio, alla fine non è andata malaccio.

Partiamo dal presupposto che il signorino, Cosimo, non aveva nessuna intenzione di uscire per cui lo abbiamo dovuto sfrattare. Dopo 4 tracciati, 2 visite e un’attesa che mi è parsa durare un’eternità, siamo arrivati allo scadere delle 2 settimane oltre il termine della gravidanza e così ho conosciuto sulla mia pelle cosa significa il termine “induzione”.

Sono sincera, mi è dispiaciuto non vivere il classico momento (da film) della rottura delle acque o essere nel mio letto ad affrontare le prime doglie; perché nonostante il continuo pensare a quanto e quale dolore avrei provato, avevo sognato ad occhi aperti su come avrei voluto vivere questo momento. Mi ero creata delle aspettative che infine non si sono avverate neanche in parte.

Ma torniamo al racconto di quel lunedì 16 gennaio 2017 (giornata fredda e ventosa, ma con un sole stupendo!). Io e Andrea siamo arrivati in ospedale sapendo già che di lì a poche ore (almeno io ci speravo) avremmo conosciuto il nostro bambino. Alle 10 mi ricoverano e un attimo dopo mi ritrovo nella stanza delle visite; il ginecologo spiega che mi applicherà per via vaginale una fettuccia, che in modo graduale rilascerà piccole dosi di prostaglandine. I dettagli della spiegazione tecnica non li ricordo, l’unica frase che in quel momento si è impressa nella mente è stata: “…c’è la probabilità che le contrazioni inizino e poi si arrestino…per cui può darsi che ci sia bisogno di una seconda applicazione…”. Ed io di rimando ho pensato: “con la fortuna che mi ritrovo soffrirò per ore, si blocca tutto, faccio la seconda applicazione, di nuovo niente…insomma domani sono ancora qua, allo stesso punto di oggi!”. Giusto per ribardirvi che davvero ero pronta al peggio!

Torno in camera, mi sdraio sul letto e chiedo ad Andrea di portarmi un panino; nel frattempo mi attaccano la macchina del tracciato e dopo poco iniziano le contrazioni, quelle tranquille. Mentre sono lì che mangio e rido con Andrea di non mi ricordo cosa, avverto i primi dolori veri. A mezzogiorno mi ritrovo nella condizione di dover rispolverare nella memoria le tecniche di respirazione e rilassamento imparate al corso pre parto. Giuro che mi sono impegnata, ma le maledette contrazioni già non mi permettevano di essere del tutto lucida. Lì con me ho voluto solo Andrea, che mi ha assecondata e sostenuta pazientemente, si è preso qualche offesa e moltissime stritolate di mano. Fino alle 16 siamo rimasti in camera, dove fortunatamente eravamo soli ed ho potuto lamentarmi e urlacchiare liberamente. In quelle ore mi sono sorpresa di come potessi passare dall’estremo (ma non ancora massimo) dolore, alla quiete e rilassatezza quando le contrazioni svanivano. Andrea mi ha sempre detto che gli ricordavo Dottor Jeckil e Mr Hide!

Tra un cambiamento di personalità e l’altro ho iniziato ad avvertire una nuova sensazione, quella di dover spingere. Chiamiamo le infermiere che mi visitano: “Sei solo di 2 cm tesoro..”, non vi descrivo la mia faccia ma la potete immaginare, “…se ti va ti puoi fare una doccia e poi ti trasferiamo in sala travaglio; verrai a piedi, tanto ce la fai”. Di nuovo, non vi racconto la mia espressione, un mix di rabbia, stupore, dolore (con gli occhi che dicevano “ma stai scherzando vero?!”). Dentro di me ho pensato “Vabbè, facciamoci questa doccia e in qualche modo arriverò in sala travaglio… a gattoni o sui gomiti… ”. Devo essere sincera, l’acqua non mi ha rilassato come pensavo, sentivo forte il bisogno di stare sdraiata e in qualche modo sono tornata nel letto. Poco dopo, abbarbicata ad Andrea mi sono avviata verso la sala travaglio. Una volta arrivata (nel tragitto mi avevano assalito 3 contrazioni belle toste), mi sono distesa nel lettino ed ho chiuso gli occhi. Gli ho riaperti pochissime volte, giusto per controllare cosa mi stesse accadendo intorno. In quei momenti, che poi ho scoperto essere un’ora e dieci, ho scoperto di avere una gran forza; ho capito cosa significa volere ardentemente una cosa; cosa vuol dire affidarsi a perfetti sconosciuti, di cui senti solo la voce ma che sai essere dei professionisti; ho avuto la conferma di avere vicino a me un uomo che non lascia mai il mio fianco e condivide e vive la sua vita con la mia.

In quegli 80 minuti ho capito quali sono le contrazioni vere e il vero dolore (soprattutto quando l’ostetrica ha rotto le acque con le mani; ho quasi la certezza che il mio urlo si sia sentito a 10 km di distanza). Non nego che mi sia passata per la testa la parola EPIDURALE, spazzata via dalla certezza che non sarei mai riuscita a stare ferma; ormai le contrazioni non mi lasciavano grande ampiezza di respiro. Ad un certo punto la sensazione di dover spingere è diventata una necessità. Obbligo Andrea e un’ostetrica sorreggermi le gambe; passa poco tempo e sento che iniziano a muovere il lettino e in questo modo, a gambe all’aria, avviene lo spostamento verso la sala parto. Arriva una contrazione forte mentre passiamo nel corridoio, una altrettanto forte varcata la porta della sala parto ed eccoci. Cosimo nasce. Neanche il tempo di trasferirmi sull’altro lettino.

In un attimo, come un incantesimo, tutto il dolore sparisce. Apro gli occhi. Guardo Andrea. “Come sta Cosimo?”…”Ha tanti capelli?”. Perché non ve l’ho detto, ma adoro i neonati pelati e speravo che Cosimo fosse uno di loro.

Quello che succede dopo sono due ore di prime volte, noi tre da soli.

Sara

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