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E’ nato! Parenti subito sì o no?




Quando mi sono laureata, ho discusso una tesi dedicata alla figura professionale dell’ostetrica. In quei mesi, il mio “pane” erano argomenti quali l’assistenza al parto e al post parto.

Lontana anni luce dal diventare madre, eppure ero “la quasi trentenne single” con più numeri di ostetriche sul cellulare di chiunque altra. Loro mi hanno raccontato moltissime cose e tra di esse, alcune, come è ovvio, mi avevano colpito più di altre. Tra queste mi aveva fatto riflettere molto sentirle denunciare la solitudine delle neo mamme nei mesi successivi il parto. Manca una rete sociale adeguata, mi dicevano. Tornano a casa e si trovano sole a gestire una situazione travolgente sotto tutti i punti di vista: fisico, emotivo, pratico.

Sole con il loro bambino tutto il giorno: perché il marito deve tornare al lavoro, perché i nonni di oggi non sono sempre cosi presenti (banalmente perché lavorano ancora anche loro, per dirne una).

Una volta non era così: la vita e la morte erano davvero parte della quotidianità tra le mura domestiche. Entrambe avvenivano in casa. Circondati dal sostegno di sorelle, zie, nonne, bisnonne. Poteva benissimo accadere che, da piccole, si assistesse alla nascita di un fratellino, era la normalità. Per quanto eventi molto forti, in questo modo si cresceva sapendo della vita e della morte.

Oggi, spesso ci chiediamo, per esempio, se saremo in grado di: partorire, di allattare, di accudire il nostro piccolo. È tutto completamento nuovo.

Eppure, una vecchia comare risponderebbe: certo che lo saprai fare.

 

La mia esperienza

 

Sono giunta al momento del mio primo parto con questo bagaglio di nozioni e riflessioni che mi avevano condotto a una visione della gravidanza, non come di una malattia, ma di qualcosa di fisiologico, se tutto va bene. Che mi avevano portato a vedere il parto come il culmine di un atto d’amore, inteso proprio come quello sessuale, tra un uomo e una donna e iniziato circa nove mesi prima. Che mi aveva fatto emozionare solo al pensiero che, quando nasce un bambino, con lui nasce una famiglia

Nonostante questo fosse il mio punto di vista, nonostante l’immensa fortuna di un parto “da manuale”, veloce, senza punti e senza epidurale, nonostante avessi messo al mondo Mattia urlando il suo nome e sentendomi una leonessa, alla fine, non sono riuscita a concederci del tutto quel tempo solo nostro, unico e irripetibile per circostanza, luogo e incredibilità. 

 

Ora lo so, ora lo posso dire: i momenti subito dopo il parto hanno bisogno di intimità

 

 

Dopo la nascita di un figlio, quando ancora sei in sala parto, stremata, sudata, nuda, frastornata, stupita e al tempo stesso felice, è importante stare raccolti nell’intimo di quel momento; questo, però, l’ho compreso solo qualche tempo dopo.

Con il mio primo parto, invece, ho concesso poca di questa intimità a Simo, Mattia e me. 

Aver avuto accanto il mio compagno per tutto il travaglio e il parto, sentire le sue carezze sulla nuca, vederlo tagliare il cordone, vederlo prendere in braccio per la prima volta quel fagottino, suo figlio: credevo fosse già tanto, credevo fosse abbastanza e che non ci sarebbe stato nulla di male a condividere i momenti successivi con chi amavo: mia mamma, mio papà, mia sorella.

Non vedevo l’ora che i miei genitori e mia sorella vedessero il nostro capolavoro. La figlia che ancora ero, che era appena diventata mamma, aveva ancora bisogno di loro: guardate cosa sono riuscita a fare!

Ho ricordi confusi dei miei e di mia sorella che ci guardavano e parlavano con gli occhi a cuore e di me che, ogni tanto, chiedo:” ma Simone dove è?”. Sì, perché alla fine c’era troppo caos e lui si era allontanato poco più in là. 

È una situazione che, proprio per l’evento straordinario appena accaduto, rischia di sfuggirti di mano. Per lo meno, per me è stato così.

 

 È stato bello in ogni caso, ma con il senno di poi, mi sono un po’ pentita, lo ammetto; è rimasto in sospeso un “se io non li avessi fatti entrare tutti subito…”

Ci serviva più tempo.

 

Una seconda occasione

 

 

Quando sono rimasta incinta della mia bimba, quindi, avevo una certezza: nessuno dopo il parto, solo il mio compagno, la nostra piccolina ed io, (avrei fatto entrare anche Mattia, ma era troppo piccolo).

Per conoscerci, per goderci, per darci il tempo di assaporare il momento in cui la nostra famiglia si stava allargando. Per vedere Amalia cercare il mio seno, ancora con gli occhi chiusi, gonfia. Per sentirla piangere con quella vocina.

Un parto ancora più veloce del primo, travolgente, eppure avevo più paura in questo secondo giro, che con Mattia. Quasi piangevo e non credevo sarei stata capace di dare quella spinta che mancava per mettere al mondo Amalia. Poi, ci sono riuscita e, sebbene questa volta non mi sentissi una leonessa, posso dirvi che avevo una consapevolezza che mi ha aiutato moltissimo. Anche Simone.

Sapevo come prenderla, allattarla e questo, ci ha concesso di godere di questo momento.

È stato davvero bello. Ritmi lenti, delicati.

 

Due parti a nemmeno due anni di distanza l’uno dall’altra.

Se dovessi tornare a partorire, sceglierei di nuovo di non aver nessuno intorno, eccetto il mio compagno. 

Preferirei ricevere le viste successivamente, qualche ora dopo aver messo al mondo mio figlio.

Perché la nascita, per me, è un evento privato. È una questione di coppia. Punto. 

Per i parenti, amici e conoscenti c’è tempo.

 

E quando si torna a casa?

 

Non so se è capitato solo a me, ma in qualche modo, i giorni in ospedale sono stati surreali. Una parentesi di sospensione dalla vita di tutti i giorni, un momento per abituarsi in qualche modo alla nuova condizione di mamma. Non hai altro da pensare che al tuo piccolino (ti sembra poco, direte), in un ballo esclusivo. Quello che intendo, è che si tratta di giorni “cuscinetto”, in cui non devi ritornare subito alla quotidianità (casa, lavoro, ecc). Nel momento in cui varchi la soglia di casa, però, ti rendi conto che è tutto uguale, ma anche tutto tremendamente diverso.

Devo andare in bagno, ho sonno, voglio fare la doccia, la cena chi la prepara?

Non sai come fare, perché c’è un piccolino che piange, piange, piange e che ti sta attaccato come nessuno mai. Che dipende totalmente da te.

A me, specialmente con il primo figlio, c’è voluto un po’, perché tutto questo diventasse normalità. Mi sentivo impacciata, non sapevo bene come fare, come muovermi e in più, una parte di me reclamava: ma io voglio dormire ora!

Mi sentivo persa, ricordo che verso le cinque del pomeriggio, mi sedevo sul divano e aspettavo con ansia Simone. Ricordo che non avevo mezzi di confronto e spesso, mi ritrovavo a pormi domande e dubbi a cui non sempre, trovavo risposta.

Ho utilizzato i social, le amiche che c’erano passate prima di me: ho chiesto aiuto.

Vicino volevo solo il mio compagno, i miei genitori e mia sorella.

Non c’è mai stato, con nessuno dei miei figli, un via vai di persone che volevano conoscere il nuovo arrivato. Con il senno di poi, io vi dico: meno male, perché mi avrebbero confuso e forse, fatta sentire più impacciata.

 

Perché quando hai appena partorito, che sia la prima, la seconda o la terza volta, la nuova famiglia che si è creata, deve avere il tempo di trasformarsi, di organizzarsi o, in caso di più figli, ri-organizzarsi. Anche a livello pratico. 

Sembra una banalità, ma la più piccola cosa, come preparare il pranzo per esempio, per me era molto complicato all’inizio. Ogni 20 minuti o anche 15, Mattia si attaccava al seno, per quasi un’ora. Ho seriamente pensato che avrei trascorso il resto della mia vita seduta ad allattare, con la casa andata a rotoli, pile di bucato da fare e senza più vestiti da indossare per nessun componente della famiglia.

Uscire da sola a fare la spesa? Mi chiedevo. Fantascienza. 

Per come sono fatta io, avevo semplicemente bisogno di prendere le misure, di vedere che ce la potevo fare da sola. Dovevo poter godere e gioire di tutto quell’amore incredibile che sentivo per quell’esserino meraviglioso. 

Avevo però, anche paura.

Con l’arrivo di Ami, forse ero meno spaesata, c’ero già passata, ma avevo altro a cui pensare: Mattia non aveva ancora due anni. 

Ognuno reagisce ai cambiamenti in modo assolutamente personale, quella che vi scrivo è solo la mia esperienza.

 

 

Alla domanda allora, parenti subito dopo il parto si o no: io rispondo più no che si. Almeno per le prime settimane.

Salvo i nonni e solo, se sono venuti per darti una mano concreta. O nel mio caso, mia sorella: lei è stata fantastica e ancora lo è. Mi ha regalato il tempo di una doccia, una risata, una cena pronta, così come i miei genitori.

Se è vero che le donne di oggi sono sole, questo è un buon modo di recuperare: aiuto concreto da chi ci vuole bene, se possibile ovvio.

Nessun giudizio, parere non richiesto: solo una grande grandissima mano.

Ah, ma io facevo così, ah ma questo bimbo è troppo coperto, ah ma che manine fredde vestilo, ah ma lo attacchi troppo poi lo vizi ah… ah… ah..

Ecco a questo io dico no. 

Se così non fosse, beh allora per un po’,meglio soli che mal accompagnati.




 

Federica

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